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L’Aurelio e Valcannuta prima del Malgrado
Fino alla recente espansione urbanistica di Roma, qui «era tutta campagna». Ma questo luogo comune non ha un grosso valore archeologico nel bacino del Mediterraneo, e ancora meno a poche miglia da Roma.
L’Aurelio etrusco
Nel 1983, alcuni sbancamenti eseguiti sulla collina compresa tra via Aurelia e via di Acquafredda portarono all’individuazione di tracce archeologiche. La prima comunicazione scientifica del rinvenimento uscì l’anno successivo con un titolo esplicito: «Via Aurelia km 9,600, località Acquafredda: insediamento etrusco».
Il sito occupava un modesto rilievo tufaceo, originariamente di forma quasi triangolare, delimitato dalle valli del fosso della Maglianella e del fosso di Acquafredda. Gran parte del pianoro era già stata compromessa dagli sbancamenti quando iniziarono le indagini archeologiche. Tra il 1983 e il 2015 si sono succedute sette campagne di scavo.
Le ricerche hanno documentato un insediamento complesso e pluristratificato, frequentato fin dalla protostoria, cui seguì una nuova fase di occupazione in età orientalizzante e arcaica. Gli scavi hanno messo in luce fossati, tagli nel banco tufaceo e un articolato sistema di canalizzazioni e opere destinate al controllo delle acque.
L’interpretazione più recente colloca Acquafredda nel sistema degli insediamenti posti ai margini del territorio di Veio, verso il confine con Roma. Il sito doveva avere una sua importanza, trovandosi in una zona di passaggio tra Roma e l’agro veiente, presso la valle della Maglianella e in prossimità del percorso che sarebbe stato successivamente occupato dalla via Aurelia.
Oltre allo studio classico di Damiani e Pacciarelli, oggi consultabile nel repository dell’Università Federico II, esiste una recente sintesi del CNR sull’Acquafredda, con planimetrie e bibliografia aggiornata.
L’Aurelio romano
Gli scavi del 2007 in via della Maglianella hanno restituito una necropoli romana. Lo studio della Soprintendenza pubblicato dal CNR in Archeologia e Calcolatori contiene anche la localizzazione delle aree di scavo.
Villa Troili e la viabilità antica
Un recente studio archeologico di RFI ha inoltre individuato nell’area di Villa Troili un impianto agricolo antico, indicato come PA 329, e un percorso viario, PA 516, che sarebbe stato probabilmente intercettato dai sondaggi archeologici.
Lo stesso documento richiama la Carta dell’Agro Romano, foglio 23, nn. 14–15 e 17, dove erano già registrate ampie aree con frammenti fittili.
Un sepolcro romano a Valcanuta
Nel 1881, visto quello che era successo nei giorni del Malgrado, erano già iniziati i lavori per la costruzione del sistema di forti difensivi intorno a Roma. Negli spalti del Forte di Valcanuta, l’odierno Forte Boccea, fu scoperto un ipogeo funerario scavato nel cappellaccio. La notizia venne registrata nell’aprile dello stesso anno da Rodolfo Lanciani nelle Notizie degli Scavi di Antichità.
L’ipogeo presentava cinque loculi: tre sulla parete destra e due su quella sinistra. I loculi erano chiusi da mattoni sigillati lungo i margini con cordoni di calce. Lanciani registrò anche i bolli impressi sui laterizi e diversi piccoli titoli funerari incisi su lastre di marmo, rinvenuti dispersi nel terrapieno.
La relazione originale di Lanciani nelle Notizie degli Scavi del 1881 è integralmente consultabile online. Alcune delle epigrafi provenienti dal rinvenimento sono inoltre registrate nell’Epigraphic Database Roma. Una di esse commemora una bambina, Quinta, morta a cinque anni e nove mesi. Per il patrimonio epigrafico romano si può consultare anche il Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano.
La basilica perduta dei santi Nazario e Nabore
Da queste parti si è persa anche ogni traccia di una basilica paleocristiana dedicata ai santi Nazario e Nabore.


La prova più forte della sua esistenza è un’epigrafe funeraria, rinvenuta in una casa presso Santa Maria sopra Minerva e datata con precisione al 22 ottobre 404. Ricordava un certo Victor, figlio del vescovo della città africana di Ucres, e diceva che era stato deposto in basilica sanctorum Nasari et Naboris, specificando «secundu arcu, iuxta fenestra», cioè presso il secondo arco, vicino a una finestra. Questo particolare è importante perché implica l’esistenza di un edificio strutturato.
Il Martirologio Geronimiano, nella redazione del V secolo, ricorda il 12 giugno Nazario e Nabore a Roma al V miglio della via Aurelia. I due martiri milanesi godettero di grande fama, soprattutto grazie all’opera di Ambrogio. Le spoglie di Nazario erano state ritrovate a Milano negli anni 395-397; il Lexicon considera possibile che reliquie di Nazario e Nabore siano giunte poco dopo a Roma e che proprio queste abbiano dato origine alla basilica dell’Aurelia. La festa del 12 giugno potrebbe ricordarne la dedicazione o l’arrivo delle reliquie.
Il Lexicon, sulla base di Paolo Diacono e degli Annales Laureshamenses, riferisce inoltre che il vescovo Crodegango di Metz trasferì nel 765 da Roma a Metz reliquie di Nazario e Nabore, ritenute provenienti proprio dalla basilica romana dell’Aurelia. Questo testimonia la persistenza della tradizione romana relativa alle reliquie, ma non permette di affermare che nel 765 la basilica presso Troili fosse ancora in piedi.
Angelo Silvagni, nel 1932, riferiva dell’esistenza di ruderi presso Casale Troili, che riteneva potessero appartenere all’edificio paleocristiano. Il Lexicon precisa che quei ruderi sono successivamente scomparsi.
Silvagni collegava inoltre questi resti alle «antiche parietine» di una chiesa che Antonio Bosio aveva visto secoli prima nel luogo dove le due strade «si congiungono insieme».
Uno studio di Francesco E. Riedi, pubblicato dalla Sapienza, propone l’area di Casale Troili soltanto come ubicazione probabile: si tratta quindi di un’ipotesi, non di un’identificazione certa.
Goti e Saraceni nell’Aurelio
Procopio racconta che Totila lasciò gran parte dei suoi Goti in un luogo chiamato Algedon, a circa 120 stadi a occidente di Roma, per controllare i movimenti di Belisario proveniente da Porto. Alcuni storici hanno proposto di identificare Algedon con l’area dell’Acquafredda, ma la localizzazione non è certa.
Alla guerra gotica è legata anche la figura di Valentino di Silva Candida, vicario di Roma durante l’assenza di papa Vigilio, al quale, secondo la tradizione, Totila fece mozzare le mani.
Silva Candida, collocata sulla via Cornelia al IX miglio, era santuario e sede episcopale delle Sante Rufina e Seconda. Qualche secolo più tardi il territorio conobbe anche le incursioni saracene. Uno studio pubblicato nell’Archivio della Società Romana di Storia Patria riporta infatti un documento di Sergio III del 905 che ricorda espressamente la devastazione della chiesa compiuta dalla «nefandissima Saracenorum gente» e aggiunge «sicut ruina ipsius loci testatur»: la rovina stessa del luogo ne costituiva ancora testimonianza.
L’Osteria della Maglianella nel 1696
La prima attestazione dell’Osteria della Maglianella appartiene alla storia dell’Aurelio e di Valcannuta prima del romanzo. Francesco Eschinardi, descrivendo la strada di Civitavecchia nell’Espositione della carta topografica Cingolana dell’agro Romano, registra in sequenza Valle Canuta, il fosso di Acquafredda e infine «un’osteria detta Maglianella».
Francesco Eschinardi, 1696: passo su Valle Canuta, Acquafredda e l’Osteria detta Maglianella
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