Piazza Montanara. La Roma dei braccianti, degli scrivani e dei mozziconi di sigaro

A Roma c’era, fino al secolo scorso, Piazza Montanara: una piazza brulicante di vita ed attività, punto d’incontro tra la città e le campagne dello Stato pontificio. La piazza si apriva davanti alle arcate del Teatro di Marcello, occupate da abitazioni e botteghe. Al suo centro si trovava una fontana realizzata nel 1589 su disegno di Giacomo Della Porta. Attorno si sviluppava un intreccio di strade, vicoli ed edifici che collegavano il Campidoglio al Tevere.
Il mercato del lavoro della campagna romana
Belli nella nota al sonetto La lettra de la commare, composto il 26 settembre 1831, precisa che nella piazza:
siedono alcuni scrivani o segretari in servizio de’ villani dello Stato
I lavoratori vi aspettavano l’occasione di essere assunti per i lavori agricoli. Il luogo funzionava così anche come un mercato della manodopera, dove proprietari e intermediari potevano trovare braccia da impiegare nelle campagne.
La consuetudine sopravvisse per molti decenni. Giggi Zanazzo, in Usi, costumi, credenze, leggende e pregiudizi del popolo di Roma, pubblicato nel 1907, la descrive nel capitolo L’opere. I contadini arrivavano all’alba dopo aver camminato per tutta la notte, portando con sé somari, zappe, vanghe e provviste. Intere famiglie si sistemavano agli angoli della piazza per riposare prima degli ingaggi.
Una volta trovato il lavoro, acquistavano pane e altri generi alimentari e ripartivano verso la campagna.
Nel 1931 Ermanno Ponti, nell’articolo Le memorie di Piazza Montanara, rievocava i contadini che arrivavano già il sabato sera e bivaccavano lungo i muri delle case. Il poeta romanesco Armando Fefè avrebbe ricordato lo stesso spettacolo, i lavoratori addormentati all’aperto, le locande e il denaro delle caparre.

Ferdinand Gregorovius nella Piazza Montanara del 1853
Una delle testimonianze più dettagliate e interessanti sulla piazza proviene dallo storico e scrittore tedesco Ferdinand Gregorovius, che le dedica parte dei suoi Profili e costumi romani, datati 1853 e poi raccolti nelle Passeggiate per l’Italia.
La sua attenzione è rivolta alle classi popolari, ai commerci più poveri e alle forme di intrattenimento di una popolazione che raramente compare nelle descrizioni monumentali della città.
Gregorovius insiste sulla sporcizia, sulla povertà degli oggetti esposti e sulla scarsità del denaro che circola fra venditori e compratori. Le contrattazioni avvengono per pochi quattrini, e le merci sembrano destinate a una clientela che deve misurare attentamente ogni spesa.
La scelta degli oggetti osservati è significativa. Mentre molti viaggiatori stranieri si soffermavano sui resti dell’antichità, Gregorovius guarda i banchi dei commercianti, i clienti, gli scrivani seduti agli angoli degli edifici e i ragazzi che affollano il teatro dei burattini.
Fra tutte le merci esposte, una attira particolarmente la sua attenzione: i mozziconi di sigaro.
Il commercio dei mozziconi: quando anche le cicche avevano un mercato
A Piazza Montanara, nella metà dell’Ottocento, si vendevano infatti anche i resti dei sigari già fumati.
Gregorovius ne osserva il commercio e si domanda chi possa acquistare quei mozziconi raccolti dai ragazzi per le strade della città. La risposta è nei clienti della piazza: i poveri e i lavoratori agricoli, che potevano riutilizzare il tabacco nella pipa o masticarlo.
Non sappiamo dal racconto di Gregorovius quanto costassero i mozziconi, né quali quantità fossero vendute. Sappiamo però che il commercio era sufficientemente visibile da essere… Gregorovius registra il fenomeno con evidente disgusto, ma proprio questo giudizio rende la sua testimonianza interessante. Lo scrittore straniero vede nella vendita dei mozziconi un segno della miseria della popolazione; per i frequentatori della piazza, invece, si trattava di una delle attività ordinarie di un mercato nel quale quasi nulla veniva sprecato.
Il commercio del tabacco usato ritorna anche nel racconto di Edmond About, pubblicato in italiano nel 1861 con il titolo Roma contemporanea.
About visita Piazza Montanara durante la domenica, quando i contadini arrivano per gli ingaggi e per acquistare quanto occorre alle loro famiglie.
Nel descrivere la folla, i venditori e gli scrivani, lo scrittore francese incontra un uomo che piange nei pressi di un banco dove vengono venduti all’ingrosso i mozziconi di sigaro.
L’indicazione è importante: il commercio non viene presentato soltanto come vendita occasionale di pochi resti raccolti per strada. About parla esplicitamente di vendita all’ingrosso, lasciando intravedere una circolazione della merce più articolata di quella descritta da Gregorovius.
Il passo, tuttavia, non precisa l’organizzazione dei fornitori, le quantità o l’esistenza di intermediari stabili. Non permette quindi di ricostruire una vera rete commerciale, ma conferma che la vendita dei mozziconi era riconoscibile nella vita della piazza.
L’uomo incontrato da About è un contadino sulla quarantina, circondato da alcuni conoscenti che cercano di consolarlo. Ha ricevuto una lettera della madre gravemente malata e l’ha fatta leggere da uno scrivano. About si avvicina e legge a sua volta il messaggio.
La scena mette così in rapporto due attività apparentemente lontane: il commercio dei resti di tabacco e il lavoro degli scrivani pubblici. Entrambe rispondevano ai bisogni di persone che disponevano di risorse economiche e culturali molto limitate.
I mozzaroli e gli «Inglesi di Piazza Montanara»
Il ricordo più preciso dei venditori di mozziconi si trova in Giggi Zanazzo, che dedica loro un intero capitolo dei suoi Usi, costumi, il numero 214, intitolato Er vennitore de mózze.
Zanazzo ricorda i diversi nomi con cui i romani indicavano i resti di sigaro: cîche, mózze, mózzóni e bberzajèri.
Il venditore era chiamato mozzarólo.
La merce veniva disposta in mucchietti separati, sopra fogli di carta straccia stesi direttamente per terra. Non era dunque necessario possedere una bottega o un banco attrezzato: bastava trovare un punto sufficientemente frequentato dai possibili compratori.
Zanazzo precisa anche quando e dove si svolgesse il commercio. I venditori si appostavano soprattutto la domenica mattina, nelle piazze e nelle strade frequentate dai contadini.
I contadini che acquistavano i mozziconi erano oggetto dell’ironia dei romani, che, secondo Zanazzo, li chiamavano Ingresi de piazza Montanara: un riferimento scherzoso agli inglesi, popolo associato all’abitudine di fumare. Il commercio dei mozziconi non era esclusivo di Piazza Montanara. Zanazzo lo colloca anche in altri luoghi della città frequentati da villani e burini.

Gli scrivani di Piazza Montanara
Accanto ai venditori di mozziconi operavano gli scrivani pubblici.
Gregorovius ne osserva uno seduto al tavolo, all’angolo di una casa, con carta, penne e un grande calamaio. Il professionista è disposto a scrivere lettere d’amore, minacce, contratti, ricorsi e suppliche.
La scena corrisponde a quella descritta da Giuseppe Gioachino Belli nel sonetto Er zegretario de Piazza Montanara, del 19 dicembre 1832.
Lo scrivano di Belli attira i clienti proclamando:
Siggnori, chi vvò scrive a la regazza,
Venghino ch’io ciò cqua llettre stupenne.
Le lettere sono già pronte, decorate con cuori, frecce, stelle e altri simboli amorosi. Basta aggiungere il nome del destinatario.
In La lettra de la commare, del 26 settembre 1831, Belli rappresenta invece la lettera dettata da una popolana:
Cara Commare, Piazza Montanara,
Oggi li disciannove der currente.
Anche Edmond About descrive gli scrivani al lavoro. I contadini portano le lettere ricevute, le fanno leggere e dettano una risposta. Il tutto avviene spesso sotto gli occhi dei curiosi, che ascoltano e intervengono suggerendo cosa scrivere.
L’analfabetismo, quindi, non impediva la comunicazione epistolare, ma la rendeva dipendente da un servizio a pagamento, nel quale gli affari privati potevano diventare pubblici.
Zanazzo, nel capitolo Li scrivani pubbrichi, ricorda che questi professionisti lavoravano originariamente a Piazza Montanara e Campo de’ Fiori, prima di essere progressivamente confinati nella piazzetta di Torre degli Specchi.
Il teatro dei burattini raccontato da Gregorovius
L’altra grande attrazione popolare osservata da Gregorovius era il teatro dei burattini.
Nel 1853 lo scrittore segnala due teatri di questo genere: uno a Piazza Montanara e uno a Sant’Apollinare.
Il confronto è costruito sulle differenze sociali fra i rispettivi pubblici.
A Sant’Apollinare i burattini sono più raffinati, indossano abiti moderni e gli spettacoli terminano con balli. A Piazza Montanara, invece, mantengono un aspetto primitivo e recitano soprattutto storie medievali e cavalleresche.
Gregorovius osserva che il repertorio comprende episodi dell’Eneide, le vicende dei cavalieri e soprattutto i poemi di Ariosto. Il teatro rappresenta così una forma di trasmissione della letteratura fra persone che difficilmente avrebbero avuto accesso ai libri.
Durante la visita dello scrittore, nei pressi dell’Arco dei Saponari viene annunciata una rappresentazione dedicata a Cristoforo Colombo. Il manifesto colloca erroneamente la scoperta delle Indie nel 1399.
Gregorovius decide di assistere allo spettacolo e descrive minutamente l’ingresso.
Il teatro si trova in un edificio vecchio e sporco, affacciato su un vicolo chiuso e poco illuminato. La biglietteria è ricavata in una stanza al piano inferiore e l’accesso avviene attraverso una scala stretta, presa d’assalto dagli spettatori.
I prezzi sono accessibili, ma differenziati: un baiocco per la platea, due per il paradiso e il palchettone.
All’ingresso si crea una ressa di ragazzi che spingono per entrare per primi. Un cacciatore pontificio cerca di mantenere l’ordine, mentre il pubblico avanza fra urti e spintoni.
Gregorovius riesce a raggiungere il palchettone, passando per una scala che paragona a quella di un pollaio.
Dall’alto osserva la sala. Il sipario è decorato con figure mitologiche ormai quasi irriconoscibili; le panche sono di legno e le lampade producono fumo. Il pavimento della platea, in terra battuta, è ricoperto di scorze di semi di zucca, bucce di frutta e pezzi di carta.
La sporcizia è tale che lo scrittore immagina ironicamente che Ercole, se avesse visto il teatro, avrebbe potuto aggiungerne la pulizia alle sue celebri fatiche.
Il pubblico è composto soprattutto da ragazzi poveri, operai, giornalieri e mendicanti. Durante il carnevale vi compaiono anche personaggi mascherati da Pulcinella, medici, ciarlatani e pagliacci.
Lo spettacolo viene accompagnato da un chiasso continuo. Gli spettatori pestano i piedi, gridano, commentano e si divertono. Fra le panche si muove anche un venditore di ciambelle, dolci e cartocci di semi di zucca.
Le rappresentazioni permettono ai lavoratori e ai ragazzi della piazza di entrare in contatto con personaggi e storie della tradizione letteraria, trasformando i poemi cavallereschi in spettacoli popolari.
La presenza di un teatro del genere accanto al mercato dei braccianti, ai venditori di mozziconi e agli scrivani pubblici restituisce la complessità di Piazza Montanara: un luogo di lavoro e commercio, ma anche di intrattenimento e socialità.
Santaccia e gli altri personaggi di Belli
Nella piazza non circolavano soltanto lavoratori e commercianti. Belli vi colloca anche una delle figure più celebri della sua poesia satirica: Santaccia.
Nei due sonetti Santaccia de Piazza Montanara, scritti il 12 dicembre 1832, la protagonista viene presentata con una formula ironica:
Santaccia era una dama de Corneto
Da toccà ppe’ rrispetto co’ li guanti;
Santaccia era una prostituta proveniente da Corneto, oggi Tarquinia. Belli la descrive attraverso una comicità esplicitamente sessuale, ma accompagna i versi con una nota che costituisce anche una testimonianza della vita sociale della piazza.
La donna, secondo il poeta, esercitava la propria attività in un luogo frequentato soprattutto dai lavoratori romagnoli e marchigiani in cerca di ingaggio.
Nella seconda parte del componimento, Santaccia dialoga con un giovane contadino che non possiede nemmeno il baiocco necessario per pagarla. La scena, grottesca e volutamente oscena, completa il quadro di una piazza dove povertà, lavoro e prostituzione convivevano quotidianamente.
I barbieri e gli altri piccoli commerci
Accanto al commercio dei mozziconi si trovavano i venditori di scarpe usate, i barbieri ambulanti, i fornai e i commercianti di cibo.
Edmond About descrive botteghe nelle quali i contadini potevano acquistare vecchie calzature, spesso inadatte ai loro piedi, e perfino chiodi da applicare direttamente alle suole.
I barbieri lavoravano all’aperto, con semplici sedie appoggiate ai muri. Il cliente veniva insaponato e rasato davanti ai passanti.
Giggi Zanazzo dedica a questi personaggi il capitolo Li bbarbieri de la méluccia, ricordando l’usanza di mettere una piccola mela nella bocca dei clienti per tenderne le guance.
About racconta anche il commercio degli avanzi alimentari. Alcuni venditori offrivano piccoli quantitativi di carne, ossa e altri resti di cucina, avvolgendoli in carta di giornale.
Come nel caso dei mozziconi, beni già utilizzati o scartati venivano immessi nuovamente nel mercato, trovando compratori fra coloro che disponevano di pochissimo denaro.

La piazza di notte: Cesare Pascarella
La presenza dei contadini addormentati ritorna nelle prose di Cesare Pascarella.
In Carciofolata, pubblicata nella raccolta Prose (1880–1890), un gruppo di artisti attraversa Roma durante la notte. Giunti a Piazza Montanara:
poi traversano in silenzio la piazza Montanara, ove qua e là, sul selciato, dormono gruppi di contadini
Il contrasto fra l’allegria degli artisti e il silenzio dei lavoratori addormentati costituisce uno dei passaggi più efficaci della descrizione.
Pascarella cita nuovamente la piazza nel racconto di un vecchio modello dell’Accademia di belle arti. L’uomo, ormai poverissimo, passa da Piazza Montanara e raggiunge la discesa di Monte Savello, dove viene deriso da alcuni robivecchi.
Nella prosa Il Caffè Greco, lo scrittore ricorda invece l’osteria della Campanella, situata a Piazza Montanara, collegandola alla tradizione secondo cui Goethe vi avrebbe conosciuto Faustina, la donna associata alle Elegie romane.
Butteri, vignaroli e vita quotidiana
Lo storico e memorialista Raffaele De Cesare, in Roma e lo Stato del Papa del 1907, dedica alcune righe al quartiere nel capitolo Roma di allora.
Descrive il rione di via Montanara come:
abitato da una popolazione di campagna addirittura, di butteri e vignaroli
A suo giudizio, quella parte di Roma conservava caratteristiche quasi rurali. Le case erano addossate le une alle altre, i vicoli stretti e le condizioni igieniche insoddisfacenti.
De Cesare ricorda come in diversi quartieri popolari gli abitanti utilizzassero gli spazi esterni come una prosecuzione delle abitazioni, stendendo i panni alle finestre e occupando le strade con le attività quotidiane.
La sua descrizione è una rievocazione della Roma pontificia, filtrata attraverso i ricordi e i giudizi dell’autore.
Un mercato di antichità
Accanto al commercio più povero esisteva anche un piccolo mercato di monete, oggetti antichi e reperti, le anticaje e petrelle rimaste nel lessico capitolino.
Augusto Jandolo, nelle Memorie di un antiquario, racconta che per gli antiquari romani la piazza costituiva un riferimento quotidiano.
Poi domandava notizie della piazza! Per piazza, s’intendeva piazza Montanara.
In un episodio, la notizia dell’acquisto di una testa antica, forse raffigurante Marte, per cinquanta scudi suscita un’animata discussione sul valore dell’oggetto.
La primavera e le ragazze ciociare
Nel poemetto ‘Na passeggiata attorno a Piazza Montanara, composto nei primi decenni del Novecento, Guido Landeschi rievoca anche il commercio dei fiori.
In una strofa dedicata all’arrivo della primavera scrive:
Appena primavera che ritorna,
a véne la violetta de li prati
La protagonista è una giovane ciociara che offre mazzolini di violette ai passanti. La scena mostra una piazza frequentata non soltanto da lavoratori agricoli maschi, ma anche da donne impegnate nei piccoli commerci stagionali.
La piazza raccontata da Orazio Amato
Nel 1950 la Strenna dei Romanisti pubblica Piazza Montanara, un racconto di Orazio Amato costruito intorno al dialogo fra due lavoratori provenienti dalla valle dell’Aniene.
Uno dei due, appena arrivato, osserva con stupore la folla e le mercanzie. Il compagno più esperto gli illustra il funzionamento della piazza, i commerci e la presenza dei caporali incaricati degli ingaggi agricoli.
Il racconto costituisce una rievocazione posteriore della piazza popolare, ormai scomparsa, e conserva nella forma dialogata la memoria dei mestieri e delle abitudini che ne caratterizzavano la vita.
La scomparsa di Piazza Montanara
Quando Ponti scriveva le proprie memorie, nel 1931, le trasformazioni urbanistiche dell’area erano già in corso.
Fra il 1926 e i primi anni Trenta, gli interventi promossi dal regime fascista per l’isolamento del Campidoglio e del Teatro di Marcello, insieme all’apertura della nuova via del Mare, comportarono la demolizione di gran parte dell’edilizia storica del quartiere.
Piazza Montanara scomparve così dalla topografia romana. Vennero abbattuti edifici, botteghe e interi isolati, modificando radicalmente il rapporto fra il Campidoglio, il Teatro di Marcello e la zona del Foro Olitorio.
La fontana cinquecentesca fu salvata e trasferita sull’Aventino. Nel 1973 venne ricollocata in piazza San Simeone, vicino a via dei Coronari, dove si trova ancora oggi.
Fonti
1. Giuseppe Gioachino Belli, La lettra de la commare (1831), testo e note.
2. Giuseppe Gioachino Belli, Er zegretario de Piazza Montanara (1832), testo.
3. Giuseppe Gioachino Belli, Santaccia de Piazza Montanara (1832), due sonetti.
4. Ferdinand Gregorovius, Profili e costumi romani (1853), in Ricordi storici e pittorici d’Italia, traduzione di Augusto Nomis di Cossilla, 1865, testo integrale, sezione II.
5. Ferdinand Gregorovius, Wanderjahre in Italien, testo originale tedesco.
6. Edmond About, Roma contemporanea, Milano, Francesco Colombo, 1861, capitolo II, Il popolo, testo digitalizzato, pp. 64–68.
7. Giggi Zanazzo, Usi, costumi, credenze, leggende e pregiudizi del popolo di Roma (1907), capitoli 208, 210, 213 e 214, trascrizione integrale.
8. Cesare Pascarella, Prose (1880–1890), edizione 1920, testo integrale.
9. Raffaele De Cesare, Roma e lo Stato del Papa (1907), capitolo VIII, testo integrale.
10. Ermanno Ponti, Le memorie di Piazza Montanara, «Capitolium», gennaio 1931, pp. 20–33.
11. Augusto Jandolo, Le memorie di un antiquario, edizione 1938, Biblioteca del Senato.
12. Armando Fefè, componimento su Piazza Montanara, citato nella Strenna dei Romanisti del 2006.
13. Guido Landeschi, ‘Na passeggiata attorno a Piazza Montanara, Roma, I.P.S., 1981.
14. Orazio Amato, Piazza Montanara, «Strenna dei Romanisti», 1950, pp. 168–172.
15. V. Castiglione e M. B. Trivi, Conoscenza e trasmissione del patrimonio urbano romano: Piazza Montanara, 2023.